Digital Product Passport: trasparenza e competitività nel nuovo mercato Europeo
L’Unione Europea sta ridefinendo in modo significativo la direttiva Ecodesign, estendendone il campo di applicazione a una gamma sempre più ampia di prodotti fisici, dai tessili ai mobili, fino a materiali come acciaio, detergenti e pneumatici. In questo contesto si inserisce il Digital Product Passport (DPP), uno degli strumenti chiave della transizione verso un’economia più sostenibile e trasparente.
L’introduzione del DPP avverrà in modo graduale tra il 2026 e il 2029, ma la direzione è già definita: entro il 2030 quasi tutti i prodotti venduti nell’Unione Europea dovranno essere dotati di questo passaporto digitale. Già dal 2026, settori come tessile e abbigliamento, elettronica, batterie e materiali da costruzione saranno tra i primi ad essere coinvolti dalle nuove disposizioni previste dal Regolamento Ecodesign per i prodotti sostenibili (ESPR).
Ma cosa significa concretamente per aziende e consumatori?
Il Digital Product Passport può essere immaginato come una vera e propria carta d’identità digitale del prodotto, accessibile facilmente (ad esempio tramite un QR code) e contenente tutte le informazioni rilevanti lungo il suo ciclo di vita. Non si tratta solo di dati tecnici, ma di elementi sempre più centrali nelle decisioni di acquisto, come l’impronta ambientale, la composizione dei materiali, la possibilità di riparazione o riciclo e l’eventuale presenza di sostanze critiche.
L’obiettivo è rendere il mercato più trasparente e permettere scelte più consapevoli, sia da parte dei consumatori sia delle imprese. Tuttavia, accanto a questa trasformazione emerge una questione fondamentale: quella della competitività. Per molte realtà locali, già esposte alla pressione di grandi player internazionali e modelli basati sul basso costo, l’introduzione del DPP può apparire come un ulteriore vincolo.
In realtà, il quadro è più complesso. Il passaporto digitale non è solo un requisito normativo, ma anche una condizione di accesso al mercato europeo: la sua assenza potrebbe infatti limitare o impedire la commercializzazione di determinati prodotti. Questo rende la conformità non più opzionale, ma strategica.
Allo stesso tempo, il DPP potrebbe contribuire a riequilibrare le dinamiche competitive. In un mercato in cui la trasparenza diventa un valore centrale, le aziende che non sono in grado di tracciare e comunicare l’impatto dei propri prodotti rischiano di risultare meno affidabili agli occhi dei consumatori. Al contrario, le imprese che investono in qualità, tracciabilità e sostenibilità possono rendere visibili questi elementi, trasformandoli in un vantaggio competitivo concreto.
Informazioni che oggi sono difficilmente accessibili, come la provenienza dei materiali o l’impatto ambientale lungo il ciclo di vita, diventano così parte integrante dell’esperienza di acquisto. In questo senso, il Digital Product Passport non rappresenta solo uno strumento tecnico, ma un cambio da un mercato dominato dal prezzo a uno sempre più orientato al valore.
Carbon Footprint di Prodotto
In questo contesto, strumenti come la Carbon Footprint di Prodotto assumono un ruolo sempre più centrale. La crescente richiesta di trasparenza lungo il ciclo di vita dei prodotti, introdotta anche dal Digital Product Passport, rende infatti necessario disporre di dati affidabili, verificabili e comparabili sull’impatto ambientale.
Tra i servizi che SMA offre c’è la Carbon Footprint di Prodotto (CFP), conforme allo standard UNI EN ISO 14067, che consente di quantificare le emissioni di gas serra generate lungo l’intero ciclo di vita di un prodotto, dalla produzione delle materie prime fino allo smaltimento finale (approccio “dalla culla alla tomba”). È uno strumento riconosciuto a livello internazionale per valutare e comunicare la sostenibilità ambientale.
L’analisi viene condotta utilizzando banche dati riconosciute, come Ecoinvent, e software specialistici come SimaPro, garantendo rigore scientifico e trasparenza nei risultati.



